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Un patto fra generazioni è persino meglio di una spending review
Massimiliano Panarari per L'angolo di, Fondazione Coopsette.it, 7 maggio 2012
L’abbiamo sentito ripetere spesso nel corso di questi nostri affaticatissimi tempi. La crisi economica rappresenta un’esperienza dura (quando non tremenda, come per i soggetti più vulnerabili e indifesi). E, da alcuni anni, costituisce l’orizzonte inaggirabile con cui, malauguratamente, dobbiamo fare i conti, rivelandosi per di più tanto intensa, come sostengono alcuni studiosi, da ridisegnare il panorama produttivo degli anni a venire.
Giustissimi sono, quindi, i richiami, sotto il profilo del debito pubblico (e di quello privato), a una maggiore austerità. E indispensabile (anzi, da troppo tempo rinviato) si rivela il perseguimento di una “spending review” (termine che sta diventando, come altri tecnicismi di natura economica, comunemente noto), volta a mettere ordine e razionalizzare le spese delle amministrazioni pubbliche.
Sperando che chi di dovere si ricordi di come l’austerità sia importante, ma anche di come di un eccesso di austerity l’economia e, dunque, i salari e i consumi dei cittadini, possano morire se si eccede e si innesca una spirale depressiva, forse è il caso di allargare la riflessione a quelli che potremmo chiamare “i fondamentali” che stanno dietro gli elementi in gioco.
E, dal momento che costituisce un (innegabile) dato di realtà, è arrivato pure il momento, assai probabilmente, di attrezzarsi al riguardo, cominciando a ragionare secondo lo schema che, nostro malgrado, la crisi ci impone, e al cui interno spicca, per importanza, la questione dei consumi. A cui si accompagna un altro aspetto, la prospettiva intergenerazionale su cui torneremo tra poco, e che, detto per inciso, testimonia l’attualità e l’utilità di uno dei principi su cui si fonda il movimento cooperativo dai tempi (anche per questo, in vero, non lontani…) dei probi pionieri di Rochdale.
Tramontata la società affluente che aveva caratterizzato il periodo keynesiano dei cosiddetti “trenta gloriosi” (gli anni che vanno dal 1945 al ’73, quando esplose la prima crisi petrolifera), con l’ingresso nel decennio dell’“edonismo reaganiano” l’Occidente, mentre crescevano le sperequazioni nella distribuzione della ricchezza, si immergeva in una sorta di enorme ubriacatura consumistica, a tal punto che l’avere e il possedere (gli oggetti) hanno finito per sopravanzare di gran lunga l’essere e altre dimensioni importanti per la qualità della vita (e l’equilibrio psicologico) delle persone.
Le rilevazioni dell’Istat rese pubbliche nel corso delle ultime settimane ci raccontano un’Italia oppressa da un drastico calo dei redditi e, conseguentemente, dei consumi, tanto da averci riportati ai livelli di inizio anni Ottanta. Recessione e depressione del mercato interno vanno combattute con politiche di sviluppo e crescita, ma possono anche suggerire a ciascun consumatore alcune “strategie creative” e, soprattutto, qualche (magari forzato) piccolo “esame di coscienza”. Anche in Italia, infatti, si vanno sempre più diffondendo i gruppi d’acquisto solidale, si ricercano prodotti a “km zero” e “filiera corta” e si amplia il gruppo dei sostenitori della dottrina della decrescita. Posizioni queste piuttosto radicali, che rigettano, precisamente da un punto di vista ideologico, l’iperconsumo. Ma anche chi ritiene impossibile qualunque autarchia produttiva (perché viviamo in un mondo globalizzato), e considera i consumi assolutamente legittimi (e necessari per il funzionamento di un’economia di mercato), ha oggi pienamente il diritto di invitare l’opinione pubblica a riflettere sul fatto se sia proprio così necessario cambiare ossessivamente smartphone e televisore al plasma.
Nella nostra epoca, difatti, gli stili di consumo sono anche stili esistenziali; e non è un caso se la rivoluzione culturale (direi, meglio, sottoculturale) che abbiamo vissuto in questi decenni ha coinciso con paradigmi di consumismo sfrenato (dalle relazioni interpersonali al sesso). Pensare in termini di maggiore sobrietà il nostro modo di consumare e le nostre scelte rispetto alle merci può allora rappresentare un modo per riprendere le mosse da un’economia più equa e “sensibile”. Ovvero, per un contesto economico nel quale le idealità sociali e il senso di responsabilità per le generazioni a venire (l’intergenerazionalità prima ricordata) del mondo della cooperazione possano offrire una guida e un faro di orientamento.
Solo così, infatti, sarà possibile regalare un futuro più sostenibile, e modelli più responsabili, a chi ci seguirà.
© Fondazione Coopsette 2012
Massimiliano Panarari è docente di Comunicazione politica e analisi del linguaggio politico all'Università di Modena e Reggio Emilia e di Marketing politico alla School of Government dell'Università Luiss Guido Carli di Roma. Editorialista dei quotidiani La Stampa ed Europa, è autore del libro L'egemonia sottoculturale, Einaudi, 2010. E' stato in passato vicesindaco del Comune di Cadelbosco di Sopra dove ha risieduto a lungo.
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